Di lui comunemente si sa che era un grande bevitore e che rimane un immenso poeta.
C’è nella sua vicenda italiana una grande amicizia. Luigi Berti. Preferito a consessi e cerimonie, ai poeti laureati che sicuramente avrebbero fatto carte false per avvicinare l’aedo gallese e averne l’approvazione.

Vittima di un successo precoce, in Italia grazie anche alle traduzioni del suo amico Luigi,
Thomas già negli anni ‘30 aveva dedicato all’Italia e al suo Duce una piccola opera filodrammatica, Lunch at Mussolini’s: uno sketch tra il comico e il grottesco, dove il poeta gallese fa dire all’alitoso dittatore “Niente aglio per favore, questa sera devo tenere un discorso patriottico!”. Un meritato sfottò all’alba di scelte più tragiche (per il nostro Paese).

Stazione Centrale di Milano

Quando arriva in Italia nell’aprile del 1947 però non trova pace. E dal suo arrivo alla fine dell’estate avrà un nemico in più: il caldo italiano.

A Milano perde le valige ed è costretto a vagare “nelle profonde, profonde latebre sotto la stazione”, dove sempre “Mussolini personalmente aveva frustato e interrogato”.
Milano è una “gigantesca città-incubo”, con “le vie immensamente lunghe e larghe, che attraversano, o così sembra, l’intera città … calde come un forno e polverose, sferraglianti di grandi tram gremiti e in corsa, scoppiettanti di piccole motociclette-giocattolo” scrive qualche giorno dopo dal suo alberghetto a San Michele di Pagana a Rapallo, “sofisticato come Nizza” e dove “non c’è scampo dai troppi bambini”.

San Michele di Pagana

Nemmeno una veloce fuga in torpedone a Roma l’ha potuto soddisfare troppo: oltre all’immensa arte della Cappella Sistina si ritrova nel “brutto mondo del cinema” e tra scrittori e intellettuali che parlano la sua lingua: “parlavano tutti l’inglese, il che è vergognoso per stranieri i quali riescono soltanto a distinguere gli autobus, a ordinare il vino e a contare il resto in italiano.”

Non sembrava apprezzare neppure l’ordinata, placida e silenziosa campagna Toscana. Così scrive in una lettera dalla residenza affittata sui colli di Scandicci: “sono spaventosamente stufo di questo luogo, sulle meravigliose colline che dominano Firenze, di bere Chianti nella nostra capanna di marmo, stufo di vini e contadini e bambini (in italiano nel testo originale)”

il palazzo comunale di Scandicci

E poi, con l’inizio dell’estate, comincerà la sua battaglia con il solleone.

Vado arrosto in una stanza murato
Come le zucche in una serra
E il sole, simile a un crostino imburrato,
Gocciola sulla classica terra,
Sulla piscina che brilla,
Sul loggiato, il limone, i pini del pico,
E su questa incantevole villa
Che non vale un fico,
Sulla terrazza e il frutteto
Di questo quasi palazzo
Ove la gente parla greco
E il clima mi rende pazzo.

(le parole in corsivo sono in italiano nel testo originale)

Parole dolci e serene le trova solo per il piccolo borgo di pescatori e minatori dell’amico Luigi Berti. Originario di Rio Marina sull’Isola d’Elba, allievo di Emilio Cecchi a Firenze, traduttore e agitatore culturale defilato dai caffè letterari più rinomati e frequentati, rimarrà l’amicizia italiana più sincera e fidata. E sarà nell’amicizia, più che nell’isola, che troverà un po’ di quiete l’inquieto.

Da qui Dylan Thomas scrive “Fortunato Napoleone! Questa è un’isola bellissima; e Rio Marina il più strano villaggio che vi esista…vi abitano soltanto pescatori e minatori: pochi turisti: nessuno dei quali straniero. Severo all’estremo. Qualcosa di simile a una Caherciveen latina. Avvisi «Proibite le risse» in tutti i bar. Cognac dell’Elba 3 penny. Naturalmente nessun orario. Bagni meravigliosi.”

Il caldo continuerà però a tormentarlo “amo quest’isola, e vorrei non vederla in una delle stagioni infernali” ma gli darà l’eternità con il motto blasfemo “La birra fredda è Dio in bottiglia!”.

E qui ritrova anche quei “ragazzi acquatici neri di sole, dai piedi palmati” del suo villaggio natale, Swansea, al centro dei racconti di Ritratto dell’artista da cucciolo. Colla della memoria.

Rio Marina

Durò solo un mese il suo soggiorno elbano ma, come scrive lo scrittore Gianfranco Vanagolli, ne fu adottato come un figliol prodigo: “andava per vicoli e ridevano di lui, che indossava sempre un camicione rosa svolazzante su un paio di pantaloni verdi, in capo un impossibile berretto che sembrava una mitria vescovile; ma ridevano come si ride in Toscana di un amico strambo – dalle parti di un umorismo che ha del pirandelliano, senza essergli nemmeno lontano parente: una cosa che altrove nessuno può comprendere – mentre gli offrivano ora un assaggio di cacciucco ora un gotto di bianco, nel miracolo amplificato di un’intesa senza parole.”

Tutto sommato non male questo viaggio in Italia. Caldo a parte.

Sempre stazione Centrale di Milano

note
Il materiale tratto dalle Lettere si trova qui
L’articolo di Gianfranco Vanagolli qui

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