Immagina una domenica mattina in cui ti svegli e, con la calma che solo quel giorno è in grado di dare rispetto alla frenesia della settimana, fai colazione sul Lungarno di Pisa per poi recarti ad ascoltare del jazz all’interno di un museo. Da ormai cinque anni questo è anche “Pisa Jazz” prodotto da Fondazione Pisa e Palazzo Blu

A intervallare i concerti ci sono brevi lezioni di storia del jazz, tenute dallo studioso Francesco Martinelli, che da anni è impegnato nella divulgazione della storia del jazz in Italia come insegnante, giornalista, scrittore e conferenziere. In una di queste brevi lezioni ci ha “raccontato” il quadro di Jean-Michel Basquiat noto come King Zulu, esposto alla mostra Il Secolo del Jazz presso il MART di Rovereto.

È un’opera molto grande, dallo sfondo blu intenso, con una storia da raccontare. E provo a raccontarvela io per come l’ho appresa grazie al prof. Martinelli.
Jean-Michel Basquiat è un caso unico dell’arte del Novecento. Nacque nel 1960 a Brooklyn da genitori di origini caraibiche: il padre di Haiti e la madre di Puerto Rico. Attratto dal contesto della New York degli anni Settanta-Ottanta, si avvicina all’arte figurativa: dai graffiti delle metropolitane alla cultura del rap e dell’hip-hop, iniziando un percorso artistico che lo ha portato ad una ricerca singolare, in un ambiente dominato da bianchi. Basquiat costruisce una vera e propria teoria di idoli afroamericani, di sportivi, artisti e musicisti. Suona anch’egli in una band, i Gray, e lavora ascoltando rock ‘n’ roll, hip-hop, blues e jazz. Recita nella docu-fiction Downtown ’81, dove si presenta con un alter ego, un artista/musicista che attraversa i luoghi dediti all’arte contemporanea di New York.

Nel 1986 dipinge King Zulu, oggi conservato al MACBA di Barcellona. L’opera imponente rappresenta un ensemble jazz su uno sfondo blu e, a quanto dichiara Martinelli, nasconde indizi e riferimenti sulla storia del jazz, sulla cultura ed iconografia afroamericane e sulle origini di Basquiat stesso.

Jean-Michel Basquiat, King of the Zulus, 1949

Nel dipinto appare centrale una maschera in bianco e nero, sotto alla quale è riportato il titolo del quadro. Poco più in basso, sulla sinistra, si vede una lettera G in stile quasi gotico: è un riferimento alla Gennett Record, etichetta discografica di numerosi dischi jazz e blues degli anni Venti. In particolare ne ha pubblicato uno di cui è sopravvissuta una sola copia: Zulus Ball di King Oliver.

Potremmo immediatamente pensare che Basquiat volesse riferirsi a questo, ma sotto alla G compare un numero di serie che non corrisponde a quello del disco: tipico dell’artista è, infatti, inserire falsi indizi affinché gli osservatori più attenti studino meticolosamente i suoi quadri e ne comprendano il codice.Il numero che appare corrisponde infatti ad un altro disco, Sensation dei Wolverines, in cui suona il primo trombettista bianco, Bix Beiderbecke. Sappiamo bene che un tema comune nel lavoro di Basquiat è il legame tra razzismo e tradizione.

Nascosta sotto al blu dello sfondo si intravede una scritta “Do not stand in front of orchestra” (“Non sostare di fronte all’orchestra”). Alcuni club di Chicago ammettevano anche i bianchi, i quali, per apprendere le tecniche e i segreti dei jazzisti, erano soliti sostare proprio di fronte al palco. La frase che Basquiat riporta sulla tela fa riferimento alle richieste dei gestori dei locali che invitavano questi a spostarsi più indietro, per permettere agli altri – principalmente al pubblico nero – di vedere o di ballare.

Black Beauty, White Heat è un libro del 1882 che Basquiat aveva letto.
A pagina 22, in una fotografia del primo ingaggio di Louis Armstrong fuori da New Orleans, appare un cartello con la stessa frase che Basquiat ha inserito nel quadro. Il testo ha un’importanza chiave per la comprensione dell’opera: da questo, infatti, sono state riprese tutte le figure protagoniste del dipinto.

Il trombonista è ispirato ad una foto di Bill Matthews.
La maschera, invece, si riferisce al 1949, quando Louis Armstrong è stato invitato a fare il re degli Zulù al Carnevale di New Orleans; Basquiat ne modifica gli occhi. Infine, per indicare il nome “King Zulu” riprende la locandina della parata.

Louis Armstrong, King of the Zulus, 1949
Louis Armstrong, King of the Zulus, 1949
Questa vicenda è importante sia per l’artista sia per Armstrong.
Il musicista ha dedicato agli Zulù (i quali si sono ribellati al colonialismo) un disco in cui, ad un certo punto, sentiamo parlare in un accento giamaicano molto marcato, quasi ironico: è una maniera per rivendicare tratti della cultura caraibica nel sud degli USA, un modo che sarà tipico poi dell’hip-hop.
Il sassofonista del quadro ha il sax storto: sembrerebbe Lester Young, della Louisiana. Il trombettista centrale porta gli occhiali, accessorio tipico dei jazzisti degli anni Cinquanta.
Basquiat ha preso due immagini: il corpo è quello di Bunk Johnson, apprezzato da Armstrong, la testa di Howard McGhee.

Le ultime figure rappresentano Henry “Kid” Rena, coetaneo di Armstrong che aveva suonato nella sua stessa “orchestrina” di riformatorio, e quella totalmente bianca, potrebbe essere Bix Beiderbecke.

Il dipinto può essere diviso in tre parti. Tuttavia, facendolo, notiamo un’oscillazione tra la seconda e la terza: questo è ciò che genera lo swing, ossia la sovrapposizione di un battito binario sopra ad uno ternario. Questo evidenzia una sensibilità ritmica importante da parte dell’artista.

Il professor Martinelli ha confermato che King Zulu non è l’unica opera di Basquiat che dimostra una sua grande conoscenza musicale.

Basquiat nel suo studio, 1987

In una fotografia presente nel suo studio, l’artista è rappresentato davanti agli oggetti con cui lavorava ed alcuni idoli africani. Sullo sfondo appare una tavola non finita su cui sono riportate scritte e numeri: sono nomi di etichette discografiche (Victor e Bluebird), con i numeri di catalogo. Si tratta di una specie di mantra: Basquiat idolatrava questi musicisti, con i quali condivideva certamente il modo di pensare e vedere il mondo.

Nell’opera Jazz del 1986 si nota una lista di titoli e numeri che indicano l’ultima volta in cui Miles Davis ha suonato come membro del Quintetto di Charlie Parker. Il brano Marmaduke è riportato più volte perché è stato necessario provarlo ripetutamente; quando è uscito l’integrale sono stati pubblicati tutti i tentativi, anche quelli non riusciti. In alto a sinistra si legge “Savoy, now’s the time” (“Il tempo è ora”), un’etichetta di un 78 giri di Charlie Parker, ma indica anche un’affermazione con un significato importante negli anni delle lotte dei diritti civili afroamericani.

Stereo Reflections in Ellington è un LP che fece grande scalpore. Per un suo quadro, Basquiat ha ripreso le note di copertina, colorandole tutti di nero e lasciando bianco Juan Tizol: tendeva a colorare solo i musicisti afroamericani.

Jean-Michel Basquiat, Jazz, 1986
Jean-Michel Basquiat, CPRKR, 1982

Nessun critico prima di Francesco Martinelli aveva compreso i codici di Jean-Michel Basquiat come lui avrebbe voluto.

Nel catalogo della mostra Il Secolo del Jazz ad esempio relativamente a King Zulu leggiamo: Questa tela esibisce su un bel fondo blu un trombettista e qualche altro strumentista. L’artista condivideva la sregolatezza, il dionisiaco dei musicisti. Una vita al limite che è finita troppo presto come quella di molti musicisti.

 

In chiusura come ha fatto Francesco Martinelli vorrei citare la poetessa Bell Hooks che di Basquiat ha detto:

 

«Come una camera segreta in cui può entrare solo chi ne sa decifrare i codici, la pittura di Basquiat è una sfida per chi pensa di poter “vedere” solo “guardando”».


Jean-Michel Basquiat, Discography I, 1983

Jean-Michel Basquiat, Untitled, 1983
Asia Ferri
Ricercatrice e studentessa appassionata di musica, arte e pedagogia, con una formazione accademica in Scienze dell’Educazione e della Formazione presso l’Università degli Studi di Firenze.